Ho un lungo elenco di cose da fare, comprare, dire, realizzare. Post-it appiccicati ovunque. Promemoria cartacei.  Mattinata di non lavoro, sfoglio cataloghi dell’ikea, ho ancora il pigiama, bevo grandi tazze di caffè. Provo a immaginare. Un letto dove non dormire più sola. Un posto, seppur piccolo, da dividere in due. Una casa. La nostra casa. Tende alle finestre, piante sui davanzali, cuscini a cullarci la sera. Il calore di qualcosa che ci appartiene. La condivisione. Sento un misto di euforia e paura. I cambiamenti, se pur desiderati, spaventano. Il salto nel buio da i brividi. Non lo abbiamo deciso. E’ venuto da se. Un’esigenza. Un bisogno di vivere insieme.
Ma come è difficile trovare il posto giusto. Leggiamo annunci, telefonate a vuoto, sorrisi che muoiono sulle labbra, e ricominciare tutto dal principio.
L’altra sera, mentre diluviava, siamo arrivati in macchina fin sotto quella che potrebbe essere la nostra casa. Ogni incertezza si scioglierà sabato. Io, nel frattempo, incrocio le dita.

Dopo tante giornate di ritmi forsennati oggi finalmente ho un giorno di assoluto riposo. Niente sveglia a buttarmi giù dal letto. Ho lasciato che il mio corpo si svegliasse lentamente. Sono rimasta sotto le coperte a lungo, senza pensare a tutte le cose che avrei dovuto fare approfittando del fatto che non lavoravo. Mi sono alzata, ho messo il caffè sul fuoco, ho sporcato di marmellata di mirtilli le fette biscottate, mi sono goduta una lenta colazione seduta sul divano, con ancora il pigiama addosso. Ho acceso la radio e riordinato la mia stanza con la musica di sottofondo. Ho riordinato i vestiti buttati sulla sedia trasformata in un armadio. Verso l’una sono uscita a passeggiare. Nulla ha un sapore gradevole di un caldo pomeriggio di fine ottobre in giro per la città. Non avevo una meta, sono uscita con il solo desiderio di sentire le gambe scattanti.
Dopo un paio d’ore, rientrando verso casa, mi sono fermata a fare la spesa. Il supermercato vuoto mi fa sempre venir voglia di perdere tempo tra gli scaffali, di poter scegliere con cura, così vagando di qua e di là mi è venuta voglia di prendere tutto l’occorrente per preparare dei muffins al cioccolato.
Ora il forno è caldo, i muffins stanno cuocendo, ho preparato un thè all’arancia e cannella, mi preparo a standere le gambe sul divano e a leggere il libro iniziato mesi fa e lasciato a prendere polvere come tutte le altre cose che amo e non ho tempo di curare.
Domani la sveglia suonerà crudelmente alle 6:30, il freddo, la folla, le corse per non far tardi. Domani. Ma oggi voglio proprio godermela.

Ore 21:38

Sono a lavoro. Dalle nove di questa mattina. La giornata è trascorsa veloce tra un corri di qui e un corri di là. Questa sera è lenta. Lentissima. Mi porta a pensare. Ai capelli che non hanno più una forma. Alle unghie delle mani troppo corte, rovinate, senza smalto. Agli occhi stanchi e un po’ spenti. Alle cose trascurate. A quelle perse. A quelle che, forse, posso ancora recuperare. Agli affetti che ho lasciato sfuggire via senza volere.

Negli ultimi cinque mesi la mia vita è cambiata senza che avessi il tempo per accorgermene. Sempre di corsa. Mai un momento per fermarmi a guardare le cose che si modificavano. Questo lavoro che amo e nel quale mi sono buttata con passione…ma che mi assorbe completamente, mi toglie il tempo, si prende le mie forze, mi lascia esausta su un letto nelle poche ore di pausa. Occhi chiusi e mente spenta. Dormire. Caricarmi. Mettermi in piedi. Scacciare i pensieri. Metterci l’anima. Giorno dopo giorno.

Vivo in un film. Non so se è il mio. Osservo da fuori. Una giovane donna che corre. Passi veloci. Insegue autobus. Si stringe tra la folla anonima ed estranea della metropolitana. Corre ancora. Guarda l’ora. I ritardi. Corpi assonnati e ammassati. Poi si maschera di un sorriso. Affronta la giornata. Giorno dopo giorno. Giorni così diversi. Così uguali. Giorni scaldati solo da un abbraccio.

Non leggo più libri. Non stringo più tazze calde per riscaldarmi il cuore. Abbraccio storie, quelle non mie, mi anniento e non sento più me stessa. Come se non esistessi.

Ma forse dovrei fermarmi. A volte. Come adesso. In questa sera fredda e lunga. Ritrovare me stessa. O perdermi completamente e ricominciare da principio.

Sono passati mesi.

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Mi sono svegliata avvolta dalle lenzuola e da Tommy. La pelle delle braccia e delle gambe nuda sfiorava il fresco delle lenzuola profumate di buono. Tommy aveva la testa poggiata sulla mia spalla e ne respiravo l’odore della pelle.
Sentivo i rumori fuori. Donne con i tacchi che si affrettano a uscire di casa. Rumore di cani che trascinano i loro padroni fino al parco qui vicino. La frenata degli autobus alla fermata.
Chissà che ore saranno, mi sono chiesta. Dalla persiana non completamente chiusa entrava una luce tenue.
Ho spostato dolcemente la testa di Tommy. Sono sgusciata fuori dalle lenzuola. I piedi nudi sul pavimento freddo. Dritta in bagno.
Seduta sul water a far la pipì pensavo a quante cose sono cambiate e alla paura fottuta che io possa perdere tutto ciò. Sono tornata in camera, ho gettato l’occhio all’ora sul dislpay del cellulare, le 6:49, tra un pò la sveglia suonerà inclemente, ma finchè posso voglio stare tra le quelle braccia calde, questo mi sono detta mentre schiacciavo il mio corpo infreddolito a quello caldo del mio uomo.  

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5:47

Sono seduta in terrazzo. Le gambe incrociate. Un maglioncino leggero a coprirmi le braccia. L’aria è fresca a quest’ora. Ho passeggiato con i cani. Mezzora. Tra un’aiuola e l’altra. Tra un odore da annusare e l’altro. Le orecchie tirate all’indietro, le loro, attente ad ogni rumore. I miei occhi da stroppicciare. I miei sbadigli. Per strada poche persone, qualcuno diretto alla stazione, un lavoro lontano, chissà, o forse qualche amore da raggiungere.
Adesso sono qui. I pensieri prendono il volo. Inevitabile. Vado con la mente ad un anno fa. Ne sono cambiate di cose. Un anno fa ero qui. Mi sentivo legata. Stretta. Compressa. Oppressa.
E ricordo. L’ospedale. Gli occhiali da sole a nascondere le lacrime. Il silenzio nel rumore assurdo di certe giornate. Le braccia spalancate a chiedere un abbraccio. Il vuoto. L’assenza di chi non sapeva esserci.
Un anno è lungo. Un anno può anche volar via veloce.
il mio è volato. Portato lontano dal vento. Leggero. Nonostante il peso sul cuore.
Scopro, ora, in questo fresco mattino di luglio, che la mia anima non è più vuota.
E’ strapiena. Straripa. Di tante cose belle.

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E’ che non ho avuto molto tempo. quel poco che c’era ho preferito riversarlo nella vita reale.
adesso mi sembra di averne troppo di tempo. Qui in questa casa. Seduta a gambe incrociate per terra.
Ho rovesciato il caffè. Mentre canticchiavo e saltellavo con la tazzina in mano.
Ho dimenticato l’acqua a bollire sul fuoco. Così ho detto addio anche alla tisana. Che poi a luglio!
Si chiama confusione. E mi segue passo passo in questi giorni. Di caldo eccessivo. Di distanze che pesano. Che conto i giorni a scalare, e ne è trascorso solo uno. Ne restano 23. E vivo di questa nuova attesa.
Leggo di meno. Scrivo niente. Ascolto musica per chitarra. E i grilli in sottofondo. Un coro perfetto. E intreccio i miei pensieri con le note.
Osservo i gatti dormire.
Rido.

Sorrido. Mentre un gatto grigio spia in casa da dietro una tenda arancione che balla nel vento tiepido di questa mattina. Tenta di entrare. cauto. curioso. con passo felpato. avanza lentamente. non guarda di qua. se appena girasse la testolina pelosa verso sinistra mi vedrebbe. avrebbe un sobbalzo. scapperebbe. rimango in silenzio.

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Credo di aver vissuto per settimane in apnea.
So che all’improvviso torno a respirare. Provo a trattenere ancora il fiato. Perchè certe cose, belle, inattese, desiderate ma allontanate, fanno un pò paura. E non è facile dire come sto, cosa provo, cosa sono, dove sono andata, dove voglio andare. Tutto accade troppo in fretta. Mi accorgo che ci avevo messo tutta me stessa per imparare a camminare lentamente. Mi ero allontanata dai sentieri selvaggi e mi ero incamminata su una strada piatta e noiosa. Mi conosco io. So che sono bravissima a inciampare. Così mi ero allontanata da sentieri che potevano farmi ritrovare con le ginocchia livide. E adesso scopro che sto correndo tra pozzanghere e sassi scivolosi ed è quello che voglio. Voglio sentirmi così. Libera. Leggera. Euforica. Ho un brivido che mi corre lungo la schiena. Non so se è la vita che mi scorre dentro o se è la paura di vivere un nuovo amore. A volte chiudo gli occhi e sorrido, poi li riapro e cerco di capire dove sta il trucco di tanta felicità. Perchè torno a fidarmi di nuovo dopo tanto dolore? All’improvviso, una sera, uno sguardo, due occhi che mi entrano dentro, due braccia che mi stringono e mi fanno ballare, una bocca che mi sorride e poi mi parla e mi parla e mi parla ancora. E tutte le ore che sono seguite, insieme, le passeggiate, le mille parole, le mani strette, i baci, le cene inventate, le candele accese, i fiori, i dolci, i brindisi, le risate, e far l’amore sotto le coperte, e ancora ridere insieme.

Che giornata strana amico mio.
Sai una di quelle in cui vorresti urlare per una notizia che ti ha lasciato sconvolta, che ti ha fatto venire la nausea, che ti ha schiacciato contro il muro?
E io me ne sto qui stranamente serena.
Ho dedicato il tempo a quello che più amo.
Sto cercando di trasformare la rabbia che ieri mi ha assalito…di metabolizzarla, di incanalarla nella giusta direzione, fino a renderla innocua se non addirittura positiva per me.
Che poi potrebbe esserci un terremoto da un momento all’altro.
E’ come se mi avessero messo una bomba ad orologeria in mano e io me ne vado tranquillamente saltellando per i prati.
Imprudenza? no, direi piuttosto che sono talmente stanca che ho smesso di fregarmene. La bomba può scoppiare anche se me ne resto immobile.
Dovrei raccontarti ogni cosa, magari lo farò.

Ho trascorso delle piacevolissime ore al sole, seduta al tavolino di un bar, a leggere Hemingway e a guardare gatti appallottolati al sole.
Poi sono rientrata a casa e mi sono lasciata avvolgere dalle note di un disco e dal profumo di thè.
Non voglio pensare.
Voglio vivere.
Anche se questo significa saltare nel vuoto.
Voglio vivere.
Anche se questo significa ammettere a me stessa che avevo commesso un grandissimo errore di valutazione.
Voglio vivere.
E non importa quanto tempo ci vorrà per ricominciare a vedere dentro di me quel guizzo di fuoco che mi rende viva.

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